FUTURE YOGA A VENEZIA
Un bel discorso o una bella lezione, con un poʼ di applicazione, sono alla portata di quasi tutti gli insegnanti yoga. Eʼ quando risponde alla domande del pubblico che un insegnante mostra la sua profondità, umanità, preparazione. Ed è questo che mi ha colpito di Radames Silvestri in un incontro da lui tenuto allo yoga festival di Milano. La pacatezza e la radicalità delle sue risposte mi hanno fatto pensare che non fosse un semplice insegnante, ma un maestro. Tanto da farmi sperare in un possibile incontro, che è avvenuto a Venezia, nella sua casa e già centro yoga. Il giorno dellʼincontro su Venezia cadeva una pioggia battente, e sua figlia Valentina, insegnante di yoga, è venuta ad attendermi al vaporetto per condurmi alla loro casa appena dietro le Zattere, il passeggio dei veneziani lungo il canale della Giudecca, indossando un caschetto rosso e delle calze rosse. In quel rosso deciso io ho riconosciuto il tipico gusto veneziano: lʼosare con grazia e misura lʼanticonformismo. Come suo padre, con quel nome Radames, rubato allʼopera. Imprenditore di successo, gestiva con la moglie una ditta di accessori per lʼalta moda, Radames Silvestri negli anni 60 si avvicina alla pratica dello yoga, stringe amicizia con Carlo Patrian, uno dei precursori dello yoga in Italia e ha contatti con tutto l’ambiente yoga che si sta sviluppando in Europa.
Molte letture e i discorsi sulla tradizione indiana, sui poteri degli yogi, sulla spiritualità stimolano il suo spirito critico più che la sua adesione e con il gusto dellʼavventura tipico di quegli anni decide di partire, di andare a vedere di persona. Acquista una Land Rover, la attrezza con posti per dormire e fornelletto per cucinare e con Carlo Patrian nel 1969 da Venezia parte per lʼIndia. Un viaggio di sei mesi, faticosissimo, costellato da continue deviazioni dal percorso per incontrare maestri e sadhu. Arrivano a Poona alla casa dove insegnava il maestro Iyengar, scesi dallʼautomobile ne incontrano la figlia Geeta, chiedono di poter fare delle lezioni con il maestro. Lei risponde che sta insegnando a Bombay, e che possono accedere subito alla lezione. “Fate quello che fanno gli altri”, è lʼunica indicazione. Entrano e si sta eseguendo Sirsasana, al quale si uniscono. Eʼ lʼincontro con il suo primo guru, “colui che ha aperto il mio scrigno interiore”, dice. “Sri B.K.S. Iyengar mi ha aperto un mondo nuovo sulla base del quale ho potuto sviluppare la mia esperienza”. E’ lʼinizio di un fine apprendimento, conseguito in più viaggi, testimoniato dallo Iyengar Yoga Teacher Certificate del 1972 e dal Senior Advanced Iyengar Yoga Teacher Certificate del 1975.
“Ho avuto il piacere di averlo ospite in casa mia a Venezia, la prima volta per inaugurare l'IstitutoYoga che ho aperto nel 1972”.
Negli anni seguenti fa nascere il ‘Centro Yoga dell’Isola’, poi chiamato ‘Island of Future Yoga’, a S. Antonio di Torcello.
Nel 1988 studia a Mysore con K. Pattabhi Jois presso l’Ashtanga Yoga Research Institute. “Il suo insegnamento non permette intermezzi con commenti o riflessioni che disturberebbero il ritmo del respiro con il quale accompagnare ogni movimento”.
Continua a studiare con Sri B.K.S. Iyengar in India, Europa, Stati Uniti, e sviluppa la sua ricerca con la creazione del metodo FutureYoga School of Life® “che collega la pratica con la realtà quotidiana”.
Ce lo spiega, nel silenzio della sala di ricevimento del primo piano, già sede del centro yoga, della sua casa veneziana, circondata da un giardino, dove sono cresciuti quattro figli, un thermos di te sul vassoio, dei biscotti ben allineati su un piattino, che sono arrivati dal piano di sopra, la sua abitazione.
Quale è il suo approccio allo yoga?
Per prima cosa penso che chi insegna lo yoga deve avere conosciuto tutto lo sperimentabile sul proprio corpo e sulla propria psiche e sapere esattamente come è il corpo umano. Senza rimanere chiusi nello specifico ma coltivando allo stesso tempo la capacità di mettere insieme tutti i dettagli - perché è questo che lo yoga fa- per comporre finalmente lʼuomo dandogli, con lʼaiuto della consapevolezza, lʼanima.
Per lo yoga lei parla di sviluppare un rapporto tra arte e disciplina, può introdurre i lettori di Yoga Journal a questo punto?
Il praticante esegue quanto gli viene insegnato attraverso una disciplina però deve trasformare questa disciplina in arte. Che cosa vuol dire arte? Creare. Deve ogni volta che esegue una postura o il pranayama, creare, essere un artista, perché ha in mano un materiale che è adatto allʼarte: il corpo umano. Pertanto la pratica non può ridursi allʼimparare qualcosa. Spesso dobbiamo ripetere le stesse posture ma se le riduciamo alla ripetizione, alla disciplina, riduciamo la funzione stessa dello yoga. Perciò la creatività che viene suggerita dallo yoga è evidentissima. Lo yoga è un’arte.
Rispetto lʼentusiasmo e la curiosità dei primi anni oggi per lei, dopo 40 anni di yoga, cosa è cambiato?
Lʼentusiasmo per fortuna non manca, mi sento ancora degno di stare sulla terra proprio per questo fatto. Non vivo nel passato. Tanti libri sono stati scritti sulla vecchiaia, sono molto deprimenti perché spesso si limitano a fare dei confronti con quanto uno era nella giovinezza. Eʼ assurdo. Per uno yogi questo confronto non esiste perché tutto quello che io ho fatto nel passato che cosa altro è se non aver imparato a vivere il presente. Non è che il passato mi serva per esibirlo come immagini, fotografie, ricordi...sarebbe triste.
Non mi meriterei di avere a disposizione un nuovo giorno. Io posso godere del sole che nasce al mattino come ne possono godere le persone più giovani. La nostra cultura tende a farci vivere lʼetà a sezioni, e quando tu sei in una sezione non sei autorizzato a comportamenti ritenuti di unʼaltra sezione. Abbiamo una invadenza ignorante della cultura sulla natura.
Perché oggi praticare yoga?
Partiamo da questo: per vivere nella maniera in cui normalmente viviamo non cʼè bisogno dello yoga, non cʼè bisogno di sviluppare delle facoltà particolari ed è per questo che queste facoltà si addormentano dentro di noi. Però, come facendo la pratica possiamo scoprire che abbiamo un muscolo del braccio indebolito, così in senso più generale praticando possiamo scoprire che abbiamo delle facoltà che sono finite in soffitta. La proposta che lo yoga fa è dunque questa: volete riprendervi in mano, siete interessati ad aggiungere qualche elemento per migliorare la qualità della vostra vita? A questo scopo lo yoga è la disciplina che costa di meno, da tutti i profili, perché in ultima analisi non fa altro che stimolare una persona a rivolgersi a se stessa. Non cʼè nessun altro che possa farlo: dobbiamo prendere in mano noi stessi. In più cʼè questo vantaggio: la misura la puoi scegliere tu. Lʼentusiasmo, lʼintensità con la quale ti approcci allo yoga è tutta tua. Per cui conviene presentarsi di fronte allo yoga con la propria reale fisionomia, senza doversi immaginare di essere chissà che per fare la pratica. Dico agli allievi: fai quello che il tuo corpo ti permette di fare. Guarda il tuo limite, accorgiti di avere un limite e che è superabile. Eʼ un approccio pragmatico e anche severo in un certo qual modo, perché lo yoga non ti promette nulla, la promessa è dentro di te. Se hai lʼ aspirazione a risvegliare alcune tue facoltà bene, altrimenti non fa nulla, lascia perdere, succederà più avanti, forse. Tanti allievi ad un dato punto lasciano e poi ritornano. Eʼ la vita, sono le circostanze. Io non incoraggio allo yoga in maniera astratta. Incoraggio basandomi sulla realtà della persona che ho di fronte. Io stesso vedo che ogni giorno scopro nuovi aspetti. Mi sveglio alle sei, sei e mezza massimo, faccio il mio pranayama e poi la pratica, finisco alle undici e le cose più belle che io realizzo sono durante la pratica e dopo me le ritrovo nella vita, fuori di casa, nel mio sguardo. La mia sensibilità si rinverdisce. Specialmente adesso, a questa età, ho ancora più bisogno di tenere sveglie queste facoltà per meritarmi quanto mi circonda.
Con la fortuna di avere Venezia come meraviglioso scenario.
Senzʼaltro poter aprire le finestre al mattino per fare pranayama è un regalo... Io vado spesso anche in montagna che per me è un rifugio e un motivo di meditazione. Le più belle esperienze di pranayama le ho fatte nel silenzio dei boschi. Do molta importanza alla pratica del pranayama, Il suo insegnamento può essere problematico, ma mi sembra di aver trovato una formula che funziona. Con il pranayama, con il respiro profondo, si entra dentro il tempio di se stessi e, per prima cosa, non si deve abusare del proprio respiro altrimenti si cercano guai soprattutto a livello di cuore. Farlo meccanicamente può pregiudicare un equilibrio fisiologico e nervoso ma eseguito correttamente porta a una più chiara visione della realtà. Con il respiro, ad occhi chiusi, sperimentiamo dentro noi stessi lʼinfinito, il mondo nel quale viviamo. Siamo parte
dellʼinfinito perciò è sacrosanto sperimentarlo.
Un messaggio speciale?
A me piacerebbe dire ai personaggi politici, a quelli che hanno il potere: vi farebbe bene fare un po di yoga. Quanto bene gli farebbe! Guardi, farei tutto gratuitamente, darei il mio tempo per sentirli finalmente parlare in maniera appropriata per il bene dellʼumanità. Hanno una grande opportunità, perché non la usano per influire benevolmente sul mondo di modo che poi questo bene si riversi anche su di loro e sui loro figli? A volte senti delle cose e ti meravigli, pensi: ma questo non avrà dei figli, possibile che ragioni solo in termini quotidiani senza pensare al futuro? Allora ci vuole lo yoga del futuro. Ci vorrebbe una sala yoga in parlamento dove praticare il silenzio e riprendere contatto con se stessi per poter vedere le cose con maggiore chiarezza e prospettiva. Dare questi strumenti a persone che hanno delle responsabilità sarebbe importante.